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GNOMONICA:
LA LUNGA VICENDA DEGLI OROLOGI SOLARI
In mancanza di prove e testimonianze concrete, la storia
della gnomonica è fatta soprattutto di supposizioni, congetture
ed ipotesi (a volte molto fantasiose), basate sull'interpretazione
delle citazioni che ci giungono, quando si è fortunati,
di terza o quarta mano. L'esempio più ricorrente è costituita
dal libro IX dell'Architettura di Marco Vitruvio Pollione,
vissuto probabilmente verso la fine del I secolo a.C. E'
questo il più antico libro che ci è pervenuto sulla Gnomonica
ove sono elencati gli orologi solari dell'antichità, di
cui alcuni ancora sconosciuti, e dove è descritto il famoso
analemma per mezzo del quale si costruirono gli orologi
solari fino al XVII secolo, quando subentrarono i metodi
analitici. Tuttavia, di questo libro IX di Vitruvio, si
conservano vari codici manoscritti, di epoca tarda, ognuno
diverso dagli altri. La santa opera di copiatura e preservazione
del sapere condotta dagli amanuensi, in qualche modo modificò
il testo originale, facendoci giungere versioni completamente
alterate. A riprova di quanto detto, basti osservare che
ancora nel XVII secolo autori eruditi come il Borgognone
Claudio Salmasio, emendavano diversi passi di questa opera
(come quelle di altri autori), ritenuti oscuri anche dagli
antichi compilatori.
Le discordanze storiche pi— famose sull'inventore dell'orologio
solare sono due. Da una parte c'è Plinio il Vecchio che,
nella sua "Storia Naturale", cita il filosofo Anassimene
quale inventore dell'orologio solare in Grecia; dall'altra
troviamo il compilatore Diogene Laerzio (II sec. d.C.) che
rivendica questa gloria ad Anassimandro, anticipando l'evento
di qualche decennio! Devo dire, però, che quasi tutti gli
altri storici antichi (tra cui anche Suida del IX secolo),
si trovano d'accordo con Laerzio. Ma la questione rimane
isolata perchè, come si sa, gli orologi solari vantano una
storia molto più antica.
Già P. Biagio La Leta, sul finire del secolo scorso, dichiarava
nella sua opera "Gnomonica. Ossia l'arte di costruire gli
orologi solari", che lo storico Plinio il Vecchio era in
errore quando asseriva che gli orologi da sole erano stati
inventati dal filosofo Anassimene, nel VI secolo a.C., ricordando
che ancor prima, tali strumenti erano costruiti in Giudea.
Ne parlano addirittura le Sacre Scritture a proposito dell'orologio
appartenuto al Re Achaz, padre di Iskiam (Ezechia).
Nella metà del secolo XVIII, l'erudito benedettino Augusto
Calmet, riportò una notizia dimenticata, ma molto interessante.
La sua fonte è Apione, grammatico e poligrafo di Alessandria
del I secolo d.C., il quale scrisse che ancor prima di Mosè,
si costruivano (forse in Egitto) "delle colonne, sotto le
quali eravi raffigurata una berca, o sia un emisferio, e
sopra una statua rappresentante un Uomo, che continuamente
girava a seconda del Sole, cioè con la sua ombra descriveva
il corso del Sole, e cadendo questa nel sottoposto emisferio
sferico, e concavo, segnava in questo le ore del giorno".
Il tipo di orologio descritto deve appartenere alla famiglia
degli "emisferi", ma oltre questa considerazione, si apre
la porta delle ipotesi e della fantasia. Comunque, questa
notizia rafforza senz'altro la tesi secondo cui gli orologi
solari non sono nati in Grecia, ma sono qui approdati dall'Egitto
e dalla grande Valle dell'Eufrate.
Oggi, alla luce degli incredibili ritrovamenti archeologici
che sono stati effettuati in tutta l'area del Mediterraneo,
possiamo ammirare strani orologi solari risalenti al 1500
a.C., appartenuti a Faraoni egizi (come il famoso Market,
di cui per primo L. Borchardt ammise che si trattava di
un orologio solare).
Tuttavia, la Gnomonica, intesa come lo studio metodico del
movimento dell'ombra del Sole proiettata da un bastone piantato
in terra, o sopra un qualsiasi altro piano, la si fa risalire
al VII - VI secolo a.C., cioè ad Anassimandro. Invano, però,
gli eruditi dei secoli scorsi analizzarono tutte le fonti
storiche disponibili, alla ricerca di citazioni di orologi
solari. Così lo stesso Salmasio si chiedeva cosa poteva
essere il "Polon", o "Polos" degli antichi. Questo strumento
è citato da Erodoto (V secolo a.C.) e da diversi altri autori,
come il commediografo Aristofane, senza però darne alcuna
descrizione. Inoltre Salmasio rivela che questi stessi autori,
quando indicavano l'ora della cena, non facevano riferimento
agli orologi solari, ma ad un metodo di misura del tempo
chiaramente in uso fin dall'antichità, chiamato da Dionisio
Petavio (sec. XVIII) "Decempedalis". Si tratta della misurazione
dell'ombra del proprio corpo in unità chiamate "piedi".
Aristofane indicava l'ora (o meglio il momento) della cena
quando l'ombra di un uomo aveva la lunghezza di dieci piedi.
Questo tipo di orologio era chiamato "Stoicheion" e fu usatissimo
fino al IX secolo (e richiamato anche durante il Rinascimento).
L'identità del "Polos" non è ancora stata svelata, sebbene
le citazioni che ci sono giunte facciano pensare ad uno
strumento molto simile, se non uguale, all'emisfero citato
da Vitruvio. Con l'affermarsi di questa disciplina si giunse
nel III secolo a.C. a delle innovazioni davvero eccezionali,
dovute in gran parte agli eccellenti studi matematici dei
vari filosofi greci. Così, Vitruvio ci informa su alcuni
orologi solari maggiormante in uso nella sua epoca ed i
relativi inventori, lasciandoci al suggestivo gioco interpretativo
delle sue parole per quanto concerne la descrizione degli
stessi.
Un esame degli strumenti da lui elencati occuperebbe troppo
spazio. Vorrei, invece, ricordar un orologio di cui credo
averne ritrovata l'etimologia e l'identità. Si tratta di
un orologio di cui si possiedono solo tre immagini: la prima
si trova in un mosaico ritrovato in una villa di Treviri,
risalente al II secolo, ed ora conservato al Landesmuseum
di Trier; la seconda è tratta da una incisione settecentesca
di un antico calendario del Lambecio, risalente al IV secolo;
la terza è su un sarcofago a vasca dell'età di Gallieno
(III secolo d.C.). La descrizione di questo orologio, che
si trova in un manoscritto del IV secolo redatto da Cezio
Faventino, è stata fino ad oggi associata erroneamente ad
un orologio chiamato "Pelecinum". Ritengo, invece, che "Pelecinum"
sia la storpiatura del termine originale Pelignum, che si
ritrova in questo manoscritto, a partire dal quale gli autori
rimettono "Pelecinum".
Tra gli orologi citati da Vitruvio, due restano ancora senza
etimologia precisa e senza forma: il "Gonarchen" e l'"Engonato",
oggi inspiegabilmente mutati in "Conaracnen" e l'"Eugeniation".
Infine, non sappiamo nulla ancora su orologi come il complesso
gnomonico rappresentato sul "Palazzo Valle", in un antico
calendario ora perduto, fortunatamente riportato da Jean
Jacques Boissard (antiquario e poeta francese, sec. XVI);
sull'orologio solare del tipo "Hemicyclium" rinvenuto nell'antico
porto di Anzio, e di tanti altri che nemmeno conosciamo.
Come si sa, i Romani non furono degni eredi della scienza
greca, come lo furono ille anni dopo i popoli arabi. Per
questo la gnomonica, durante tutto l'impero romano, fu niente
altro che l'adozione di idee e teorie vecchie di secoli
nell'Ellade. Inoltre, come è facile constatare, un'artissima
percentuale degli orologi di epoca romana rinvenuti in scavi
archeologici, o per caso da contadini che aravano il terreno,
sono di provenienza greca, o addirittura egizia. I Romani,
dopo le loro vittorie belliche, trafugavano ogni cosa che
potesse apparire bella in una piazza, strada, o casa di
Roma e provincie. Per questo, dopo che essi conobbero solo
l'alba, il mezzogiorno e il tramonto del Sole. come suddivisione
del giorno, per più di 300 anni dalla fondazione dell'Urbe,
essi si ritrovarono a leggere per quasi cento anni le ore
sbagliate su un orologio solare trafugato a Catania dal
console Valerio Messala e installato nel foro di Roma. L'orologio,
costruito per la latitudine di Catania, non poteva funzionare
per quella di Roma. Ma i romani impiegarono cento anni per
accorgersene, e finalmente Filippo Censore ne fece installare
uno adatto alla latitudine di Roma. Per fortuna ci pensò
il divino Cesare Augusto a tramandare ai posteri la sua
vanagloriosa impresa gnomonica: costruire nel Campo Marzio
il più grande orologio solare di tutti i tempi. Sarebbe
troppo lungo descrivere nei particolari questa mega meridiana
calendariale. Dirò, brevemente, che ho solo delle perplessità
sull'interpretazione di un passo della "Storia Naturale"
di Plinio, relativo al costruttore dell'orologio di Campo
Marzio. Tutte le versioni moderne riportano il nome di un
certo Fecondo Novo matematico. Altri sostengono che possa
trattarsi di un "Ingegno fecondo". C'è chi, per fortuna,
si pone il mio stesso quesito, come l'Ammiraglio Girolamo
Fantoni, esimio gnomonista italiano, il quale si chiede
chi possa mai essere questo "eterno sconosciuto" di nome
Fecondo Novo. Fino al secolo scorso, tutte le versioni dell'opera
di Plinio, riportano Manlio matematico, che pur visse nel
I secolo d.C. e fu un astronomo. Con mia grande sorpresa
mi resi conto che lo stesso problema interpretativo se lo
poneva Salmasio dopo aver appurato che, già ai suoi tempi,
i codici più antichi dell'opera di Plinio erano ormai profondamente
corrotti. Nonostante ciò, egli scrisse che il termine Manlio
è da preferire ad altre diciture, perchè si riscontra nella
maggior parte dei manoscritti più antichi. Nella possibile
identificazione, però, terrei presente anche un certo Epigene
di Bisante, che proprio al tempo di Augusto si distinse
come un affermato studioso di gnomonica, tanto da essere
a quei tempi soprannominato "Epigene Gnomonico".
Dopo il periodo romano la gnomonica sprofonda in un abisso
senza luce, dal quale ne uscirà fuori solo circa mille anni
dopo, per opera degli studiosi arabi. Le pochissime notizie
raccolte, relativa a questo lunghissimo periodo oscuro di
decadenza (e non solo per la gnomonica), ci fanno pensare
che seppure non furono compiuti grandi progressi, questa
materia era viva. Ed a testimoniarcelo sono i pochi ritrovamenti
archeologici di orologi solari databili alla tarda età cristiana;
le lettere (e queste sono conosciutissime) di Cassiodoro
sulla costruzione di orologi solari e ad acqua, a cura di
Severino Boezio; un codice (ad oggi ancora sconosciuto)
che spero sia ancora conservato nella Biblioteca Bodleiana
di Oxford, a nome di un certo Anthemius, risalente al VI
secolo; infine qualche notizia che potrebbe far aprire qualche
nuovo capitolo: la storia della gnomonica bizantina. Ma
una notizia che mi pare sia ancora sconosciuta l'ho tratta
dagli Atti del Martirio di S. Sebastiano, del Prefetto Cromazio,
della stessa epoca, in cui si legge: "Ho la stanza da letto
tutta di vetro; ho disegnato tutto l'ordinamento delle stelle
e la meccanica celeste (!?); così vengono distinti il corso
dei mesi e degli anni in un determinato numero, attraverso
gli spazi delle ore. Vengono previsti, attraverso calcoli
di indigitazione e mentali, il movimento della Luna e le
relative fasi lunari". Si tratta naturalmente di un mega
meccanismo del tutto simile ad un planetario, ideato nel
VI secolo.
Fino alla rinascita araba, non vi è niente altro che meriti
particolare menzione. Solo, vorrei precisare che l'opera
del monaco inglese Beda il Venerabile, non riguarda la gnomonica,
come asserisce Rohr, in "Meridiane" (Ulisse ed. Torino,
1988). Il suo "Libellus de mensura horologii" sono due paginette
in cui descrive il metodo dello "Stoicheion" dell'antichità,
di cui abbiamo già parlato.
Con il califfato di Al-Mamun, figlio di Al-Raschid, i popoli
arabi si preparano a quella che sarà una delle più grandi
rinascite intellettuali della storia. Intere schiere di
studiosi impegnano la propria esistenza in una grande impresa:
tradurre, preservare e divulgare tutto il sapere degli antichi.
Ma gli arabi non furono solo grandi traduttori. Il loro
ingegno era altamente versatile, e i loro studi furono tanto
originali e significativi, da rimanere insuperati almeno
fino all'epoca del Rinascimento. Personaggi come Al-Fargagni
(Alfragano), Al-Battani (Albategno), Costa Ebn Luca, Thabet
Ebn Korrab, e tanti altri, scrissero opere di gnomonica
(a volte comprese in quelle di astronomia e matematica),
che devono ancora essere studiate.... (continua... )
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